Ponente maestro parte seconda
28 Gennaio 2011Il mare cominciava ad agitarsi; al largo la nube nera avanzava minacciosa, lampi sinistri la squarciavano. Lampo a ponente - dicevano i vecchi - non lampa per niente. Sotto di essa infatti, il mare già bolliva di rabbia. Le barche si affrettavano a rientrare e ce l’avrebbero fatta bene o male, perché questa volta l’occhio da ponente maestro aveva avvertito in tempo.
Ma quella volta no. Nemmeno il tempo di farsi la croce. In due minuti s’era scatenato l’inferno. Lui era uscito a traina come le altre volte, nello stesso modo in cui gli aveva insegnato suo padre e via, da generazioni. Pescava col vivo, dalla sua piccola imbarcazione che tuttavia era spinta da un discreto motore. Aveva pescato una decina di sugherelli che avrebbe usato come esca per i pesci più grossi. Sul fondo del paiolo i sugherelli vibravano ancora; nei loro occhi grandi simili a piccoli oblò, si vedeva ancora il mare.
Quel giorno il pescatore sentiva che avrebbe pescato qualcosa di grosso; anche se una strana inquietudine tirava giù il suo filo. Trainava il suo sugherello ai margini del branco con un finale d’acciaio ricavato da un freno di bicicletta. Gli ami glieli saldava il suo amico Gesualdo che era un maestro in saldature. Era un’attrezzatura artigianale la sua, alla buona, ma adatta allo scopo. Egli non possedeva canne ne’ mulinelli, ma una lenza del duecento avvolta in un sugherone e tanta esperienza. Una pelle di daino sempre bagnata gli serviva per non farsi bruciare le mani dalla lenza che filava col pesce grosso. Lui amava i suoi pesci; per Salvo avevano tutti la stessa importanza.
Qualche pesce piccolo lo portava a casa per la cena; i grossi, invéce, al padrone di un ristorante che glieli pagava decentemente. Non aveva mai preso all’amo un pesce come quello. Appena agganciato partì come un razzo verso il largo, trascinando la barca per un po’; Salvo allora gli spedì un paio di quelle “lettere” che stancano anche il pesce più grosso. Le lettere sono tavolette di legno di 50-60 centimetri legate in mezzo con una cordicella che all’altro capo monta un moschettone. Lettere in mare quindi e moschettone passato nella lenza madre che va a pescarlo per mezzo di un anello fissato lungo il suo corso. L’azione in acqua di tali tavolette e’ facile da immaginare.
Quello però non era un pesce normale, dopo un paio di giri, si fermò a due metri sotto la superficie, a fianco della imbarcazione. Salvo prese il raffio, lo immerse, ma anche se era vicinissimo, in nessun modo riusciva a raggiungere il pesce. Si chiese allora cosa stesse succedendo, guardò l’orizzonte e capi subito. Tagliare la lenza e prendere la via della costa, fu questione di un momento. Troppo tardi!
Sulla superficie del mare cominciarono dapprima ad apparire delle cupole di due, tre metri di diametro che poi si trasformavano in piccoli vortici. Strisce luminose come folgori sembrava si scagliassero contro la barca, la attraversassero per poi sorgere dalla parte opposta. Tutto era diventato bianco. L’acqua era nel vento, il vento era nell’acqua. Le onde erano altissime. Le strisce luminose ora di grandissima intensità si trasformavano in ruote che giravano in tutti i sensi, ora a poppa, ora a prua. Spaventoso!
L’uomo era lì in mezzo, solo con la sua banchetta; ma più’ che per se stesso era preoccupato per i suoi cari, di quanto avrebbero sofferto se non ce l’avesse fatta. Le onde si rivoltavano in paurose cascate che, se si fossero riversate sulla barca, l’avrebbero spaccata in mille pezzi. Il pescatore legò l’ancora a rovescio e mollò tutta la corda come gli aveva insegnato suo padre; così, quando l’onda spaccava, l’ancora tratteneva un po’ la barca. Dopo mille strappi la corda si ruppe, ma Salvo non si perse d’animo; viaggiava sull’onda alta e, prima che si rompesse, tornava un po’ indietro; andava avanti per dieci metri e tornava indietro per sette. Improvvisamente fu preso da un vortice e a nulla più servivano le sue esperienze di marinaio; un vortice spaventoso che inghiottiva ogni cosa. Lui non aveva dimestichezza con i santi, ma quella volta invocò la protezione della Madonna della fine del mondo.
La nonna glielo aveva consigliato prima di morire. Se ti troverai in pericolo in mezzo al mare - gli aveva detto - chiama questa Madonna; ti sentirà. Per gli anziani, la fine del mondo era l’estremo lembo del nostro paese. Invocò la Madonna della fine del mondo, Salvo; un momento prima d’essere inghiottito dal vortice vide il “Mater cara“, l’uccello delle tempeste. Da quel momento non ricordò più nulla. Si ritrovò dopo chissà quanto tempo sulla sabbia, con tutta la barca, miracolosamente salvo. Nello stesso punto dove ora appoggiava, la testa sulla borsa delle lenze.
L’odore acre del lattice del fico, si mescolava con quello degli origani e degli ambrenti. Le onde tormentavano ancora la costa, ma la ragazza, quella vestita di seta, si muoveva come se nulla stesse accadendo. “Chi sei?” le chiese Salvo. “Non mi riconosci?” “Mi sembra di riconoscerti, ma non ricordo.” ” Sono venuta per te Salvo!” “Per me?” “Si!” “Me lo regali quel triangolino di ferro che hai in tasca?” “Si, te lo regalo, ma non so a cosa ti possa servire; e’ solo un pezzo di ferro! Che te ne fai?” “Non è il pezzo di ferro che mi interessa, ma tutto quello che tu ci vedi dentro. Grazie Salvo, sei grande!” “Io sono un semplice pescatore, non importo niente a nessuno!” “Per me sei importantissimo, sei un gioiello per me. Marta come stà?” “Sta bene, ma non andiamo molto d’accordo.” “Lo so - rispose - so tutto di te. Quello che sogni e quello che no. Mi sembra pero’ che ultimamente l’hai un po’ trascurata. Ha sofferto tanto da quando la vostra bambina e’ andata via. Lei ha bisogno di te.“
La giovane mise insieme un mazzetto di gigli del mare e gliene fece sentire l’odore. “Senti il profumo di questi fiori non e’ meraviqlioso?” “Si, ma stai attenta dove metti i piedi, potresti farti male.” “Grazie - gli disse - d’aver pensato a me, sei più buono di quanto ricordassi.“
Cosi dicendo la bellissima giovane gli diede un dolcissimo bacio che sapeva di miele e di rose; miele e rose di paradiso. Dolci le labbra, profumato il respiro, rilucenti di gemme aveva gli occhi. “Ora so chi sei - scoprì il pescatore - Tu sei, la Ma…” Non lo fece finire. “Quella della fine del mondo. Tu mi hai chiamato.“
Proprio in quel momento una spruzzata di mare lo svegliò. Salvo era confuso, smarrito, ma sapeva quello che doveva fare. Raccolse i suoi remi, le sue cose si diresse verso casa. Il mare cominciava a placarsi. Dal suo terrazzino spiccavano un’infinita’ di panni stesi, di calzini, di fazzoletti. I gerani, le buganvillee e le altre piante, sembravano rinate.
Marta attendeva il marito davanti alla porta. Si corsero incontro e si abbracciarono di grande sentimento. “Sono stata molto in pensiero per te - gli confessò - ho visto quel tempo, mi sembrava di impazzire.” “Ti ho trascurata un po’, ma vedrai che d’ora in poi starò più attento a te.“
Salvo la baciò sulla bocca come non aveva fatto da tanto tempo. Non avevano bisogno di dirsi tante parole. “Ma cos’hai sulla bocca Salvo mio? Sa di miele! Il tuo respiro profuma di rose! Madonna mia, mi sento tremare tutta! Cos’è questa cosa, questa sensazione! Mi viene da piangere!“
Gabbiani in formazione tornavano dall’entroterra, segno che la tempesta era già finita. Intanto alla casa erano giunti Camillo e Gesualdo …
Ignazio Abbruzzo

Scritto da planetpesca.com
